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6 febbraio 2012
Quistioni linguistiche (e non solo)

Il linguaggio non è uno scherzo. Ed Eugenio Scalfari non è un populista berlusconiano, anzi. Quindi, testare l’uso che fa del linguaggio il fondatore di Repubblica è senz’altro indicativo, anzi esemplificativo di una tendenza. Il tema è quello dei partiti, che – dice Scalfari del suo ‘domenicale – sono ormai ‘gusci vuoti e agenzie di collocamento’, anzi ‘non esistono più’. I loro gruppi dirigenti sono autoreferenti e hanno perso ogni contatto col territorio (ma facebook e twitter non aiutano certo a tenere contatti ‘fisici’ col territorio!). La disistima che li circonda ‘alimenta pericolosi fenomeni di antipolitica’. I ‘partiti’ qui sono citati nella loro generalità. Poi, tuttavia, lo stesso Scalfari tesse un elogio di Bersani e di alcune scelte compiute dal segretario del PD negli ultimi mesi. Ma allora: Bersani è distinguibile dal PD? E’ fuori dal sistema dei partiti? Vive una condizione di alienazione dalla sinistra? Niente affatto perché il riconoscimento di Scalfari appare sincero, senza subordinate. Anche se, nel paragrafo successivo del suo editoriale domenicale, riparte la solfa: “I partiti non si illudano di ricondurre la politica alla partitocrazia della prima Repubblica” (detto per inciso, la seconda Repubblica avrebbe cancellato la partitocrazia?). Non notate una certa ‘schizofrenia’linguistica?
Difatti. Da una parte, la parola ‘partiti’ è usata senza alcuna differenziazione, gettando all’ammasso cose molto, ma molto diverse tra loro. Dall’altra, c’è pure un improvviso acuto, col riconoscimento di una diversità nel sistema, quella di Bersani e dei democratici. Ma sono due registri linguistici che sono compresenti e cozzano tra loro. Come se il ‘gergo’ antipolitico e antipartitico si mischiasse all’analisi più rigorosa e differenziata delle singole proposte e responsabilità. Per di più, ciò avviene in una penna come quella scalfariana! Questo scarso rigore linguistico non aiuta nella conoscenza dei fenomeni. Si mischia una certa ‘propaganda’ con il più rigoroso riconoscimento dei fatti. Si dirà: Bersani è la leadership del PD, non è la ‘forma’- PD. Rispondo che mi sembra un’acrobazia logica distinguere leader e partito, tanto più oggi che ci fanno due scatole così sull’importanza della leadership per i partiti.
Un’altra spia di questa incongruenza è nella catena causale proposta dal Scalfari: è la disistima verso i partiti che alimenterebbe l’antipolitica. Possibile? Possibile che l’antipolitica sia soltanto effetto dell’operare dei partiti? Per di più senza differenziazioni. E non invece una corrente d’opinione (a dir poco) che attraverso per intero l’apparato mediatico-informativo? E dunque un soggetto attivo, una cornice ideologica, un’interpretazione della situazione attuale, se non addirittura una poderosa forza in campo? Ecco, se Scalfari si ferma all’antipolitica come presunta reazione dell’opinione pubblica e perde di vista il movimento ‘antipolitico’ concreto che colpisce al fianco i ‘partiti’ nella loro generalità (appunto!), allora testimonia la parzialità del suo punto di vista. Se si continua a parlare dei ‘partiti’ tout court, inevitabilmente si pensa all’antipolitica come effetto. Se si analizza invece la situazione più dettagliatamente e si illuminano le differenze nel sistema, allora si capisce come l’antipolitica è anche una forza politico-culturale, clamorosamente interna al sistema stesso dei partiti!, indirizzata proprio verso quei partiti che NON sono partitocratici, ma che anzi testimoniano la politica nel modo più pregnante, e che più si oppongono al populismo anti-istituzionale dilagante. Mi riferisco al PD,soprattutto. Perché se la politica è considerata un unico ammasso negativo, è chiaro che l’antipolitica è solo l’effetto di un pessimo giudizio espresso da parte dell’opinione pubblica sull’intero (indifferenziato) sistema dei partiti. Ma se si scopre come la politica stessa è diversificata e oppositiva al proprio interno (com’è lapalissiano!), allora diventa evidente come l’antipolitica sia soprattutto un ‘pezzo’ della politica, quella peggiore, che si scaglia veemente contro l’altra, quella migliore. E come i giornali spesso amino di più esaltare pigramente le grida populiste, piuttosto che raccontare la fatica argomentativa di chi ci mette il cervello e il cuore a tentare di risolvere i problemi di questo strano Paese. Con poche chiacchiere e tanto senso di responsabilità.
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